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Possano le generazioni future chiudere le fratture (1935)

Pubblicato 22 luglio 2014 da capriccietto

Queste sono le ultime due pagine di una “Storia d’Europa” scritte nel 1935. Da Herbert Albert Laurens Fisher, uno storico inglese (1865-1940). Fisher fece parte del governo di Lloyd George dal 1916 al 1922.

Dopo circa venti milioni di anni su questo pianeta, l’esistenza della maggior parte dell’umanità è ancora, come Hobbes la definì un giorno “breve, ripugnante, bestiale”. Su duemila milioni di abitanti, centocinquanta circa vivono ancora al limite della fame. Ma non è compito di questi volumi parlare della miseria umana prevalente sulle ampie supercifi dell’Asia, dell’Africa e dell’America meridionale, dove migliaia di milioni di uomini e di donne sono vissuti, hanno lavorato e sono morti, senza lasciare ricordo di sé, senza dare il minimo contributo all’avvenire. In questi volumi ho unicamente tentato di dare, in brevi linee, un’idea generale della storia di quella parte della razza umana che, favorita dal clima temperato dell’Europa, si venne continuamente svolgendo, non solo popolando nuovi continenti con la sua prole, ma conquistando e diffondendo largamente in tutto il globo, coi suoi sforzi e le sue lotte, i suoi sogni e le sue aspirazioni, un livello di benessere mai prima sognato.
Una sola volta in questo lungo periodo l’Europa civile ebbe il vantaggio di un unico governo. L’impero romano, e l’impero romano soltanto, tenne nelle sue mani per tre secoli critici, gli elementi più preziosi della vita europea. Seguì una immensa rovina. L’impalcatura politica di questo stato maestoso cadde sotto il potente martello del mondo teutonico. L’impero scomparve, lasciando, pegni della sua grandezza, la voce di Virgilio, di Cicerone, di Orazio e di Sant’Agostino, l’istituzione della chiesa romana e l’imponente struttura della legge di Roma. Ma la forza dell’unità, il segreto della disciplina, la libertà e l’umanità del mondo antico erano perduti per sempre. La civiltà doveva essere ricostruita dalle fondamenta in un mondo ove dominava la barbarie. L’oriente fu scisso dall’occidente, la chiesa greca dalla latina. Il papato, la più potente forza istituzionale lasciata in eredità all’impero, non riuscì a tenere in pace i popoli battaglieri e appassionati che avevano provocato il nuovo caos. La società si frantumò in particelle minime : feudo contro feudo, città contro città. Finché da questo turbine senza legge emersero le nazioni, accentrate intorno alle dinastie ereditarie dei re.
In ogni nazione si venne allora creando gradatamente un rozzo sistema di giustizia e di polizia; ma non esisteva tra le varie nazioni altra legge comune che quella fornita dalla chiesa romana. E anche questa istituzione che, già per tutto il medioevo, aveva assistito inerme ai delitti, ai vizi e alle contese degli uomini, perdette gran parte della sua forza al tempo della Riforma. Alla rottura ecclesiastica tra Grecia e Roma si aggiunse la divisione tra protestanti e cattolici. Alle guerre di religione nell’occidente succedettero le guerre dinastiche del secolo diciassettesimo e le guerre coloniali del secolo diciottesimo. Ma, anzichè giovare alla coesione europea, non fecero che rendere più profondo l’abisso che divideva il continente. E tuttavia mai lo spirito umano fu così ampiamente e saggiamente aperto alle grandi idee umanitarie o alla concezione dell’uomo cittadino del mondo come nel mezzo secolo precedente la Rivoluzione francese. Era possibile che risorgesse sul continente europeo un’impalcatura politica comune per una comune civiltà latina? A tale domanda risposero la fortuna e il fallimento di Napoleone. Non mai, dopo la caduta dell’impero romano, tanta parte d’Europa era stata unita sotto un unico scettro. Ma era troppo tardi; e le nazioni europee erano ormai troppo forti. Una pax napoleonica non era possibile. Una coalizione di potenze, di cui la Gran Bretagna fu la punta di lancia, frantumò il sogno dell’egemonia francese. Le guerre rivoluzionarie e napoleoniche lasciarone l’Europa esausta, ma ispirata da una idea assolutamente nuova: l’idea di un congresso permanente di potenze contro un permanente pericolo rivoluzionario. A un lungo periodo di pace, dovuto a esaurimento piuttosto che a buona volontà, seguirono le appassionanti guerre nazionalistiche che fecero dell’Italia un regno e della Germania un impero. E tuttavia l’Europa non era ancora in pace. La Germania aspirava alla supremazia mondiale, la Francia meditava la vendetta; la ripartizione dell’Africa e la decadenza della Turchia infiammavano le ambizioni. E intanto, nel cuore dell’Europa, continuava a fermentare il veleno nel nazionalismo soffocato : fremeva palpitante tra irlandesi e polacchi, tra céchi e romeni, tra croati e serbi; si veniva formando un’atmosfera infocata in cui la minima scintilla poteva provocare un’esplosione.
La grande guerra fu una tragedia anche più terribile perchè combattuta dai popoli più civili d’Europa a proposito di questioni che pochi uomini equilibrati avrebbero facilmente risolte e alle quali il novanta per cento della popolazione era totalmente indifferente. Principale ufficio dell’arte di stato è ormai impedire il ripetersi di sì grande catastrofe : tanto più che la posizione dell’Europa nel mondo non è più quale era tra il 1870 e il 1880. Pareva allora che la civiltà di questo continente si fondasse su basi incrollabili. I prodotti dell’abilità europea, facilmente introdotti nei mercati d’oriente e d’occidente, acquistavano in cambio di generi alimentari e materia grezza, prodotta secondo la legge del profitto crecente. Era ragionevole credere che, nonostante un impressionante incremento demografico, il livello di vita dei salariati dovesse essere conservato e migliorato. I salari reali erano in aumento, e i paesi come la Germania, dove la vita era sempre stata dura e frugale, venivano rapidamente aumentando in lusso e ricchezza. Poi gli Stati Uniti si aprirono agli emigranti europei, offrendo inoltre al capitale europeo un mercato rimunerativo e possibilità senza limiti. Prendendo dall’Europa gli uomini e mandando in Europa i suoi prodotti, l’America fu un fattore integrale della prosperità del Vecchio Mondo.
Oggi le cose sono molto diverse. Le nazioni latine dell’emisfero occidentale non dispensano più larga ospitalità ai cercatori di fortuna provenienti dali Appennini. Sin dal 1942, le porte degli Stati Uniti sono chiuse più che per metà agli emigranti europei. Nelle fattorie del West ha incominciato a verificarsi la legge dei profitti decrescenti. Il segreto della macchina non è più un monopolio europeo, dacché indiani e giapponesi importano il macchinario dall’Europa o lo fabbricano essi stessi. La produzione di massa negli Stati Uniti, il basso prezzo della mano d’opera in oriente, minacciano, dalle estremità opposte il globo, il livello di vita dei salariati europei. Neanche il paese che fu culla della potenza industriale britannica è sfuggito al contagio : l’operaio del Lancashire porta calze fabbricate in Giappone.
Il fatto che l’Europa entri in un periodo in cui la concorrenza sarà più aspra che nel passato non dovrebbe creare scoraggiamento, ma suonare invece come sfida. Il Vecchio Mondo, benché indebolito da guerre e voci di guerra, da dazi e dogane, da lotte di classe e scioperi, e da tutte le follie scatenate dal demone del nazionalismo economico, possiede tuttavia un’innegabile superiorità industriale. Deve fondare il proprio vantaggio sulla qualità, deve vivere del proprio gusto, del proprio ingegno, del proprio buonsenso. Allora, con uno spirito migliore all’interno e all’esterno, con minore asprezza e inquietudine, e con la soppressione degli ostacoli che impediscono il progresso, la qualità europea s’imporrà in ogni mercato. Non altrimenti possiamo sperare di salvare il livello di vita dei lavoratori, che, sebbene assai inferiore a quel che vorremmo, è tuttavia la base delle nostre aspirazioni a una civiltà superiore.
L’Europa è dunque giunta a un punto in cui, più chiaramente che non nella storia del suo passato, si trova a dover scegliere tra due vie nettamente antitetiche : scatenare una nuova guerra oppure, superando passioni, pregiudizi, isterismi, lavorare per organizzare stabilmente la pace. In entrambi i casi lo spirito umano ha a sua disposizione la forza materiale. Il miracolo tuttora in svolgimento della scienza è a nostra disposizione per usarne o abusarne, per creare o distruggere. Per mezzo della scienza si potrà annientare la civiltà o iniziare un periodo di abbondanza e di benessere, di cui l’umanità mai vide l’eguale.
Ma la guerra ci ha lasciato una malinconica eredità. L’unità morale d’Europa è, per il momento, spezzata : il paganesimo nordico si oppone al cristianesimo. Un insano razzismo minaccia di lacerare l’inconsutile veste della civiltà. Possano le generazioni future chiudere le fratture, sanare le ferite e restaurare il nostro tesoro dissipato di umanità, di tolleranza e di buon senso.